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Trump è considerato uno fra gli uomini più potenti al mondo. Ha a disposizione un arsenale nucleare di tutto rispetto, un esercito fra i migliori al mondo, un paese diviso ed eticamente malandato ma economicamente ancora leader del mercato globale. Eppure quest’uomo, che fa le regole anche per noi seduti in quarantena, il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, ha paura. Ha paura di un uccellino, che cinguetta, sgradevole, sul davanzale della sua finestra, per dire una ed una sola cosa: “Informatevi”.

Oppure no, forse non ha paura di un uccellino, non ha paura neanche della verità Mr. Trump, ha paura delle informazioni, ma non di quelle che stiamo guardando adesso. Così, Donald vince: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.

Mi spiego meglio. Il dibattito è grande, ma per chi l’avesse perso, eccoci qua: siamo al 26 maggio, il coinquilino numero uno della Casa Bianca, twitta un durissimo attacco contro il sistema del voto via posta (molto caro all’elettorato americano).

Il gigante di San Francisco non rimane con le mani in mano e, nel rispetto del suo impegno riguardante il fact-checking, cosa fa? Aggiunge un piccolo link in blu che recita niente di meno che “Vai ai fatti sul voto via mail” che riporta ad una pagina con alcuni chiarimenti dati dall’azienda, raccolti tramite fonti autorevoli, come la CNN. E quindi? Quindi eccoci qua, lesa maestà: il Re è nudo!

Nudo di fronte alle opinioni diverse, a quel mondo dell’informazione che no può controllare, che non serve quel padrone. Così il Re si vendica, e continua pesantemente sull’argomento, attaccando Twitter, le sue scelte, il suo modo di fare fact-checking.

Ma non basta, la dialettica non basta al nostro uomo d’azione, e così, l’esercizio di stile diventa esercizio di potere, esercizio del silenzio, per decidere chi deve stare in silenzio.

Si badi bene, riflettendo in modo freddo e distaccato Twitter non ha zittito Trump, ha fatto emergere informazioni divergenti con la sua opinione, come fa con tantissimi altri politici di altri partiti. Eppure il tema adesso è il silenzio, addirittura la censura, che a dire del Presidente, proprio quell’uccellino vorrebbe avergli imposto: ma che lui adesso imporrà al mondo dell’informazione.

Poche ore, questo basta per uscire dal cassetto un ordine esecutivo presidenziale già pronto da tempo e mettere una firma: da oggi, i giganti tecnologici che detengono le piattaforme di informazione, di qualsiasi tipo esse siano, non godranno più dell’immunità piena riguardante, appunto, le informazioni espresse tramite le stesse e i modi in cui la piattaforma le filtra, dispone o mette in evidenza.

Perché l’informazione è pericolosa, no? Ma è pericolosa quando è libera o sotto padrone? In nessuno dei due casi, perché l’informazione è sempre libera (di volare e cambiare le idee delle persone anche in senso opposto a quello desiderato da chi scrive) e sempre sotto padrone (non fosse che dell’ego della penna dietro al testo). L’informazione è pericolosa ogni volta che crea uno scambio di idee, di posizioni differenti, ogni volta che dà vita a domande, stimola al dibattito: come in questo caso.

Quello che ha fatto Trump è giusto? È sbagliato? È un bavaglio. Ma non messo a Twitter, Facebook o Instagram: queste sono aziende, pensano al potere e ai dividendi, come è giusto che sia in una società capitalista. È una censura per tutti noi utenti. Il perché è semplice. le piattaforme potrebbero essere costrette dai governi, grazie ad atti come questi, a prendere posizione su cosa è “giusto” e cos’è “sbagliato” negli account di tutti noi, oltre le segnalazioni e i moderni filtri usati dagli algoritmi. Questo i mercati lo sanno bene. Si aspettano una grande emorragia di utenti per colpa di questo scontro. Per questo le grandi piattaforme tecnologiche della Silicon Valley stanno già iniziando a registrare incredibili perdite a Wall Street: ecco la vera azione di Trump, nascosta dal dito. Come diceva Falcone: “segui i soldi”.

Siamo arrivati finalmente alla luna allora, no?! Abbiamo smesso di guardare il dito! No, questo, a dire il vero, non è neanche l’argomento di questo articolo.

Rileggete quei tweet, trovate il punto di connessione, di cosa sta parlando veramente Donald John Trump: le elezioni. Tutto questo è fatto per le elezioni, della libertà di informazione non frega niente a nessuno, non in questa partita. Donald non vuole fare l’agnellino, vuole associare il dibattito delle elezioni al “dito”, al diritto supremo del popolo del suo paese, al primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

E la luna? Dov’è? Che fine ha fatto o, almeno, che forma e colori ha? La luna ha nomi e cognomi ben precisi: quelli dei 100,000 morti a causa delle scellerte politiche di Trump; quello di George Floyd, brutalmente uccido dalla polizia di Minneapolis; quello della Repubblica Popolare Cinese, asino che il bue indica continuamente come cornuto, e dell’enorme scontro commerciale fra i due paesi che sta danneggiando pesantemente l’economia americana.

Tutto lo scontro con Twitter è solo il dito. Tutto questo può insegnarci qualcosa di importante, si proprio a noi Italiani, soprattutto in tempo di elezioni, quando saranno i nostri politici a twittare: la Luna è spesso altrove, più in alto, basta solo ricordarsi di alzare la testa ed aprire gli occhi.