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Avrei tanto voluto scrivere del rebranding Rai oggi, una cosa davvero grossa a cui quasi nessuno ha dato la giusta importanza: lo farò, presto. Il problema è che il Ministero della salute e la sua brillante campagna sul Fertility Day mi fanno letteralmente impazzire, devo ammetterlo.

Ho tutta l’intenzione di rimanere fuori dalla schiera di commentatori sul nuovo “non so cosa è, che schifo, non è chiaro neanche a loro”. Trovate però subito di seguito, per dovere di cronaca: il volantino oggetto dei feticismi del web nelle ultime ore e le due foto usate dal Ministero per farlo – che potete incrociare già altrove a pubblicizzare impianti dentali o centri per le tossicodipendenze.

 Adesso che siamo tutti allo stesso punto della storia, però, vorrei allargare un po’ il campo visivo e guardare all’intera campagna sul Fertility Day andando ancora più lontano, allo stato della comunicazione politica in Italia.

Dal punto di vista tecnico, nessuno dei materiali creati in vista del Fertility Day era adeguato allo scopo. Non mi aspettavo certo che affidassero il lavoro allo staff di Obama ma mancanza di progettualità e di visione comunicativa a lungo termine sono state l’unico reale segno di coerenza.  Ci siamo trovati davanti foto – anch’esse non originali – con frasi a caso che sembravano voler schernire la campagna pur essendo uscite proprio dalle porte del Ministero.

Volendo cercare della bontà nel messaggio, mi chiedo se siano state fatte prima indagini di mercato serie o studi sull’argomento. Il problema dell’infertilità in Italia, come sostiene la maggior parte delle analisi negli ultimi anni, non risiede principalmente in ragioni biologiche o nel fatto che i suoi abitanti non facciano sesso (accade altrove), ma nel fatto che si è persa la speranza in un futuro migliore. Messaggi volti ad aumentare la percezione di una stabilità del domani, veicolati nel giusto modo, avrebbero avuto probabilmente l’effetto sperato, rassicurando alcuni cittadini ed ottenendo la prole tanto desiderata per abbassare la nostra età media.

Questa campagna non è stata soltanto un buco nell’acqua ma un vero e proprio passo indietro. Il problema è molto più banale e grave di un volantino fatto male: le istituzioni e le strutture democratiche di questo paese non sanno più come comunicare con i loro cittadini. Siamo di fronte all’unico caso al mondo in cui lo stivale ha continuato a crescere e non altrettanto chi lo governa portandolo in giro.

 

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Figli di una cultura splendida fatta di stati che incoraggiarono arti maggiori e minori, mecenati, secoli di estetica e compositori eccelsi, dove stiamo andando? E’ possibile che tutto questo si sia perso? Che la politica di oggi che amministra l’insieme di quegli stati abbia una così scarsa considerazione del modo in cui parla ai suoi cittadini? Che non senta il peso di tanta storia?

Uno dei grandi problemi dell’Italia, a mio modesto avviso, è questo. Non l’incapacità di comunicare delle segreterie politiche dei partiti ma il fatto che lo Stato non riesca ad affrontare seriamente il modo in cui parla a tutti noi, indipendentemente da chi si trova al potere. Perché personalmente, questa volta, mi sono sentito in imbarazzo, come se da ambasciatore della Cina avessi ricevuto un invito da Roma per un summit con su scritto “Le signolie vostle sono invitate a plendele palte al summit di domani. Coldiali saluti e tante cale cose!”.

Per chiudere vi lascio al commento a caldo del buon Mentana, un contributo chiaro che mette fine alla discussione in modo definitivo.

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  • Era il 2015 e dovevamo selezionare un gruppo di studenti universitari che sarebbero diventati ambasciatori del teatro e della musica. Per sei mesi il gruppo avrebbe frequentato i nostri uffici, visto gli spettacoli, fatto esperienza con il pubblico e con la struttura organizzativa complessa e particolarissima di un teatro d'opera. Fra i ventenni emozionati che si presentavano a turno, in cerchio, ne notai uno dalla faccia simpatica: era Ignazio. Nei mesi avrei imparato a conoscerlo meglio. Gran chiacchierone ma anche molto umile, disponibile ad aiutare gli altri e a fare sempre qualcosa in più di quanto gli era richiesto, bravissimo con il nostro pubblico, apprezzato anche dai colleghi meno affabili: niente da dire, Ignazio era un fenomeno... paranormale? Forse!

    Nel tempo è anche diventato un amico fra i più cari e un inaspettato consigliere. È pieno di sorprese Ignazio!

    Francesca Falconi - Ufficio Marketing del Teatro Massimo di Palermo

  • La prima cosa che ricordo di Ignazio è la sicurezza con cui si presentava. È una caratteristica tipica dei professionisti della comunicazione ma è stata la prima occasione in cui mi è capitato di pensare che facesse trasparire vera competenza e amore per il suo lavoro. Più lo conosco, più conferma quella prima impressione.

    Maria Luisa Giordano - Geografa, project manager, ex ricercatrice in giro per l’Europa

  • Sa progettare e realizzare il posizionamento come pochi

    Liliana Maniscalco - Docente del “Laboratorio di comunicazione sociale e no profit”, Università degli Studi di Palermo