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Sarebbe dovuta essere una giornata normale: mail, merenda delle undici, qualche lettura.. e invece no! Oggi il mondo sembra non vedere altro che il buon vecchio “iPhone migliore di sempre”.

Con il solito keynote, le solite “casuali” gaffe, i soliti terrificanti tentativi di Tim Cook di fare il simpatico e uscire così dall’ombra di Steve Jobs, Apple ha presentato le nuove versioni di telefono, auricolari e smartwatch. Visto che sembra non esserci pace parliamone, ma non dei prodotti, della “filosofia del prodotto bello bello”.

La filosofia del “più bello del bello” è una tecnica di marketing che probabilmente affonda le radici nell “Omnia munda mundis” – “Tutto è puro per i puri” – del nuovo testamento (epistola di San Paolo a Tito (Tito 1,15)). Si tratta, in parole povere, di un metodo diretto a stordire potenziali clienti esaltando fino allo sfinimento le qualità del proprio prodotto, puro in ogni suo aspetto sin dalla nascita e in ogni dettaglio, fatto da puri per i puri. L’operazione ha successo nel momento in cui, assumendo importanza capitale dettagli assolutamente inutili, l’interlocutore definisce il prodotto, appunto, “bello bello”.

 

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Apple è la migliore delle navi scuola in questo. La storia è sempre la stessa: è il migliore in assoluto, magico, il più potente di sempre, più veloce del carrello della spesa in mano a un bambino nel reparto dolci.. Fra qualche anno avremo una fotocamera capace di ingrandire fino agli anelli di Saturno senza sgranare.

Il problema non è che la tecnologia vada avanti e che si possa avere in tasca un telefono più avanzato degli attuali sistemi di gestione dell’arsenale nucleare degli Stati Uniti, tutto questo è utilissimo senza alcun dubbio. La cosa pericolosa è che, storditi dall’effetto “bello bello”, si finisca per giustificare e accettare soluzioni di design completamente irrazionali senza vedere cosa si nasconde dietro.

La perla di quest’anno è stata la scelta di eliminare l’entrata del jack audio per risparmiare da un lato – nei componenti del telefono – e guadagnare dall’altro – vendendo cuffie più costose. Non so se è sufficientemente chiaro ma Jony Ive – mentre due auricolari escono da una cosa che sembra una scatoletta di tictac – dice in un video che crede in un futuro senza fili quindi devi buttare le tue vecchie cuffie in favore del bluetooth. Nessuna alternativa se vuoi fare esperienza del nuovo iPhone senza un apposito adattatore per quegli schifosissimi cosi che rendono il mondo un posto peggiore. Hai dimenticato a casa gli auricolari o si sono scaricati? I tuoi amici hanno solo roba vecchia con cavi e jack? Peggio per te che stai con gente obsoleta!

 

 

Il mio mondo, senza fili, sarebbe una tragedia. Non potrei chiudere le tende, tagliare il pan di spagna, tirare l’acqua al cesso ma, soprattutto, non potrei ritrovare le cuffiette in tasca, divertirmi a scioglierle e creare situazioni imbarazzanti annodandole da qualche parte. A chi non è mai capitato di provare quella bellissima sensazione di intimità nel condividere un paio di auricolari con la donna o l’uomo che si ama stando fisicamente incollati l’un l’altro? È anche questo che stiamo perdendo. Una vita senza fili crea sicuramente possibilità e aumenta la libertà ma inevitabilmente allontana.

Quando il design, che dovrebbe essere la soluzione ai problemi di ogni giorno, lascia interamente il posto al marketing ecco che arriva l’amaro in bocca. Non comprerò il “prodotto bello bello” e non solo perché con 799 euro (prezzo del modello base) potrei farmi una vacanza: ho quattro paia di utilissime cuffie a casa che ho intenzione di usare finché il tempo non metterà la parola fine – così come farà la quasi totalità del resto del mondo sopravvivendo in modo egregio.

  • Era il 2015 e dovevamo selezionare un gruppo di studenti universitari che sarebbero diventati ambasciatori del teatro e della musica. Per sei mesi il gruppo avrebbe frequentato i nostri uffici, visto gli spettacoli, fatto esperienza con il pubblico e con la struttura organizzativa complessa e particolarissima di un teatro d'opera. Fra i ventenni emozionati che si presentavano a turno, in cerchio, ne notai uno dalla faccia simpatica: era Ignazio. Nei mesi avrei imparato a conoscerlo meglio. Gran chiacchierone ma anche molto umile, disponibile ad aiutare gli altri e a fare sempre qualcosa in più di quanto gli era richiesto, bravissimo con il nostro pubblico, apprezzato anche dai colleghi meno affabili: niente da dire, Ignazio era un fenomeno... paranormale? Forse!

    Nel tempo è anche diventato un amico fra i più cari e un inaspettato consigliere. È pieno di sorprese Ignazio!

    Francesca Falconi - Ufficio Marketing del Teatro Massimo di Palermo

  • La prima cosa che ricordo di Ignazio è la sicurezza con cui si presentava. È una caratteristica tipica dei professionisti della comunicazione ma è stata la prima occasione in cui mi è capitato di pensare che facesse trasparire vera competenza e amore per il suo lavoro. Più lo conosco, più conferma quella prima impressione.

    Maria Luisa Giordano - Geografa, project manager, ex ricercatrice in giro per l’Europa

  • Sa progettare e realizzare il posizionamento come pochi

    Liliana Maniscalco - Docente del “Laboratorio di comunicazione sociale e no profit”, Università degli Studi di Palermo