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Andare in giro con un’amica attenta in modo intelligente a mode e vetrine del centro storico significa imbattersi spesso in ambienti strani ma soprattutto in posti assolutamente “normali” che riservano, però, parecchie sorprese – non sempre felici.

In una delle tante passeggiate spensierate mi sono ritrovato quasi per magia davanti un negozio enorme, eretto su due piani, illuminato come il circuito del Gran Premio di Singapore la notte del 28 settembre 2008. Rapito come falena al buio e presa sotto braccio la compagna di sventure, ho puntato senza esitazione l’oggetto del desiderio momentaneo.

Bene, in questo luogo mistico al limite fra una casa di tolleranza e il peggiore incubo di Mastro Lindo, ecco imporsi da lontano, in tutta la sua gloria, uno stupendo smacchiatore di marca, pubblicizzato in vetrina come nessun prodigio mai sinora.

Quello che da lontano sembrava uno chicchissimo negozio di casalinghi era una bieca trappola. Al posto di saponette, paperelle, scope e mobiletti di dubbio gusto si trovavano clutch e pochette, vestitini e accessori, scarpe e manichini – tutti comunque di dubbio gusto.. “E lo smacchiatore?”, vi chiederete: mi duole scriverlo, ma avevo preso un grosso abbaglio, non era altro che un profumo.

La delusione è stata dura da digerire, sono trascorsi parecchi giorni da quella sera prima che riuscissi a razionalizzare cosa avevo visto.

Perché no, non si trattava del solito pack offensivo per una “razza” o allusivo a zone erogene dei sessi, no..

Avevo ammirato per un buon quarto d’ora della mia vita, un profumo per pulire i vetri.. no, un detersivo per profumare le persone.. no, un’offesa a potenziali acquirenti e professionisti del settore.

L’esigenza di immettere sul mercato qualcosa di nuovo, creare forzatamente un prodotto di cui si parli (nel bene o nel male), stupire a tutti i costi un pubblico ormai assuefatto a qualsiasi stimolo, ha portato – inesorabilmente – ad uno “spruzzino”.

Con un pack che non esalta assolutamente le qualità di ciò che è contenuto al suo interno ma che, al suono di qualcuno che si arrampica sui vetri (scusate, ci casco sempre), fa parlare di se per il brutto e l’assurdo: di quale sforzo creativo e artistico si può parlare?

Che tipo di marketing, se non quello di un esperto annoiato in cerca del brivido o poco lungimirante (e con questo non voglio assolutamente esprimere un parere su Jeremy Scott tout court), accetta di svilire un brand milionario per vendere di più? Va bene osare, ma qui abbiamo esagerato un po’.

I buoni amici con cui ho avuto la fortuna di confrontarmi sull’argomento – dopo avermi fatto sfogare – hanno obiettato che si tratta dello “stile Moschino”: un mix d’irriverenza, piena libertà e un po’ di denuncia sociale. Mi spiace, davvero, ma non riesco proprio a vederla in questo modo.

E si, Doc. Scott è riuscito nell’intento se, come stiamo facendo adesso, se ne parla. Ma a che prezzo?

A mio avviso un pack così dimostra soltanto una mancanza cronica di idee, la voglia di concludere il lavoro con mezzucci da bambini. Chi, da piccolo, non ha partorito qualcosa di profondamente stupido per farsi notare? Il principio è lo stesso. La differenza è che qui, a farlo, è un team di esperti pagati profumatamente e che il problema non è neanche questo quanto che, temo, la gente ne possa andare pazza – visto che al momento il brutto sembra essere diventato il nuovo bello.

Non voglio sfiorare minimamente le assurde polemiche sessiste che vorrebbero il brand Moschino fautore di una campagna volta a rappresentare la donna come “l’essere che pulisce” – non ritengo l’azienda stupida.

Mi chiedo però chi abbia approvato una simile operazione e se, ancora, non se ne sia pentito.

Forse è il desiderio di un osservatore attaccato ad un’eleganza di altri tempi ma ben vengano scatole o campagne pubblicitarie semplici e scontate se raccontano una storia, se trasmettono emozioni, se comunicano le intenzioni di prodotto e produttore. Ben venga la sincerità che crea fiducia, che forma nuovi clienti consapevoli e fedeli, che punta ad un’estetica funzionale all’esperienza, specchio del prodotto e delle sue caratteristiche.

Che questa ventata di freschezza duri poco: intanto, promettetelo, non abbandonate Mastro Lindo.


P.s. Sotto consiglio di una cara persona, vi lascio all’ultimo trauma: lo spot (da tenere lontano dalla portata dei bambini e assumere a piccole dosi).

 

  • Era il 2015 e dovevamo selezionare un gruppo di studenti universitari che sarebbero diventati ambasciatori del teatro e della musica. Per sei mesi il gruppo avrebbe frequentato i nostri uffici, visto gli spettacoli, fatto esperienza con il pubblico e con la struttura organizzativa complessa e particolarissima di un teatro d'opera. Fra i ventenni emozionati che si presentavano a turno, in cerchio, ne notai uno dalla faccia simpatica: era Ignazio. Nei mesi avrei imparato a conoscerlo meglio. Gran chiacchierone ma anche molto umile, disponibile ad aiutare gli altri e a fare sempre qualcosa in più di quanto gli era richiesto, bravissimo con il nostro pubblico, apprezzato anche dai colleghi meno affabili: niente da dire, Ignazio era un fenomeno... paranormale? Forse!

    Nel tempo è anche diventato un amico fra i più cari e un inaspettato consigliere. È pieno di sorprese Ignazio!

    Francesca Falconi - Ufficio Marketing del Teatro Massimo di Palermo

  • La prima cosa che ricordo di Ignazio è la sicurezza con cui si presentava. È una caratteristica tipica dei professionisti della comunicazione ma è stata la prima occasione in cui mi è capitato di pensare che facesse trasparire vera competenza e amore per il suo lavoro. Più lo conosco, più conferma quella prima impressione.

    Maria Luisa Giordano - Geografa, project manager, ex ricercatrice in giro per l’Europa

  • Sa progettare e realizzare il posizionamento come pochi

    Liliana Maniscalco - Docente del “Laboratorio di comunicazione sociale e no profit”, Università degli Studi di Palermo